sabato 19 maggio 2018

Un Prezioso Papiro di Seneca il Vecchio sorge dalle ceneri


Ph: immagine estrapolata video IlMattino
Il Frammento riconosciuto appartenente a Seneca il Vecchio era custodito da tempo fra i Papiri Ercolanesi, nella Biblioteca Nazionale di Napoli. I frammenti del Papiro sono giunti sino a noi perché l’incendio che li travolse, durante l’eruzione,  ha evitato di deteriorarli.
Lo scritto  apparterrebbe alle “Historiae ab initio bellorum civilium” di Lucio Anneo Seneca, opera conosciuta anche come “Oratio in Senatu habita ante principem”.
Lucio Anneo, detto anche il Retore, visse a cavallo tra il 54 a.C. e il 39 d.C. , fu il padre del celebre filosofo Seneca il Giovane. Originario di Corduba (in Spagna), visse poi l’intera sua vita a Roma fino alla morte nel 39 d.C.
Durante il 1700, 125 papiri latini furono recuperati dagli scavi di Ercolano, il papiro che porta il numero 1067è stato il frammento fortunato per essere soggetto di studi della filologa Valeria Piano, che è riuscita a dare una paternità agli scritti.
Già gli studi preliminari, avevano fatto intuire che si trattasse di uno scritto di un certo livello per l’eleganza della scrittura e della sua forma. La prima ipotesi, subito dopo scartata ne vedeva il padre del papiro in Lucio Manlio Torquato (politico appartenente alla Gens Manlia).
Il papiro è suddiviso in 16 frammenti provenienti da uno stesso rotolo lungo 13 metri, l’opera  tratta di argomenti  storici- politici dei primi anni del principato di Augusto e Tiberio (27a.C.-37d.C.). Doveva contenere un discorso di tenore politico composto da Lucio Manlio Torquato e pronunciato in Senato al cospetto dell’imperatore (per questo l’errore iniziale sull’identificazione paterna).
Lo studio minuzioso della filologa è stato accompagnato dalla tecnologia, infatti grazie all’aiuto di elaborati microscopi e immagini multispettrali, è stato possibile ricostruire al computer dello scritto romano.
Il Papiro 1067 testimonia l’unica opera diretta di Seneca il Vecchio eliminando la teoria di alcuni studiosi che nessun scritto fosse stato elaborato dal padre del famoso filosofo latino.
Articolo si vivicentro.it

venerdì 18 maggio 2018

Guardistallo: ritrovata presunta Tomba del "Capo Villaggio"


In Italia affiorano giornalmente importanti reperti che arricchiscono la storia del nostro Paese; è di ieri la notizia di un eccezionale ritrovamento nel centro della cittadina di Guardistallo nel pisano.
La tomba risalirebbe al 3500-3000 a.C. e sarebbe stata trovata da un privato che ne avrebbe intravisto alcuni reperti. Dopo le prime indagini,il terreno ha lasciato in superfici i resti di uno scheletro di un adulto, delle punte di freccia e un’ascia.
Nei primi del ‘900, nella cittadina Pisana erano state rinvenute sporadiche evidenze archeologiche facenti parte del periodo Eneolitico (3000-2000 a.C.), testimoniando come nell’Età del Rame la zona fosse già abitata. Quei reperti oggi custoditi al Museo Archeologico di Cecina, sono utili, insieme a questi ritrovati negli ultimi giorni a creare un quadro un po’ più chiaro del periodo di appartenenza.
Il Sindaco di Guardistallo, Sandro Ceccarelli,  dichiara:
“Importantissimo ritrovamento di tomba riconducibile all’età del Rame, vicino al centro del paese.
Guardiatallo non è nuovo a questi ritrovamenti, alcuni nel museo di Cecina, ma questa volta sono di fattura estremamente eccezionale.
I resti umani, del nostro avo, si sono conservati benissimo. Gli utensili ritrovati perfetti nella forma e nella conservazione, lasciano presumere che fosse una persona importantissima, un capo villaggio potente, un cacciatore, un uomo che deteneva il potere della zona.
Il ritrovamento è avvenuto casualmente da un bambino di circa 11 anni in villeggiatura nel nostro borgo, appassionato di Indiana Jones.
Subito informati i nostri Carabinieri, che sotto le direttive del Comandante di Stazione Loprencipe , hanno protetto il prezioso tesoro e il luogo del ritrovamento.
Informato immediatamente dell’accaduto ho messo subito a disposizione la logistica del nostro Comune di Guardistallo, gli operai con le direttive del Geometra Fabrizio Sacchini, hanno aiutato il disboscamento e agevolato lo spostamento della terra da scavo.
Tutte le operazioni sono state eseguite sotto la superiore supervisione della soprintendenza e l’esperienza della Dottoressa Sorge.
Il tutto tenuto protetto per maggior sicurezza fino la fine degli scavi.
Guardistallo ancora una volta si dimostra fin dagli albori della vita, il luogo preferito dall’uomo.”

link articolo su vivicentro.it 

giovedì 17 maggio 2018

Tradotte le tavolette che indicherebbero il luogo della città perduta di Mardaman


Durante il 2017, alcuni archeologi dell’Università  di Tubinga, in Germania, scoprirono delle tavolette a Bassetki, nella regione del Kurdistan in Iraq.
Già nel 2013 furono fatti alcuni ritrovamenti sporadici nell’area, senza però capire di che insediamento si trattasse (negli anni ’60 fu riportata alla luce una statua di un individuo priva di vesti). Solo lo scorso anno, sono state riportate alla luce le 92 tavolette cuneiformi nascoste in un vaso di terracotta trovato nei pressi di un palazzo.
Le Tavolette risalirebbero circa al 1250 a.C., durante l’impero Assiro e rivelerebbero che nei pressi dell’odierna  Bassetki sorgeva la città perduta di Mardaman. La città fu abitata per migliaia di anni e i resti
Ph: Peter Pfälzner, Universität Tübingen
lasciati dagli abitanti formano una collina chiamata “Tell”.
L’archeologo  Peter Pfälzner afferma che Mardaman doveva essere in quel periodo una città molto influente, punto centrale delle rotte commerciali tra: Mesopotamia, Anatolia e Siria; apparendo a volte antagonista dei poteri mesopotamici.
Dal 2017 gli archeologi sono stati occupati nella ristrutturazione delle tavolette arrivando poi alla traduzione, grazie al lavoro della dottoressa Betina Faist esperta in Lingua Assira. La traduzione ha portato all’identificazione della città reale di Mardaman nell’odierna Bassetki, a volte denominata anche Mardama.
Le rovine della città nei pressi dell’odierno centro abitato, farebbero risalire Mardaman a 4800 anni fa.  Ebbe inizio, presumibilmente, tra il 2800 a.C. e il 2650 a.C. e raggiunse il suo apice tra il 1900 a.C. e il 1700 a.C.  La città continuò a prosperare nel periodo neo-assira, che durò dal 911 a.C. al 612 a.C.
La città faceva parte di un grande impero ma, come dimostrano alcune evidenze archeologiche in altri siti, spesso rappresentava un regno indipendente.
Il palazzo che custodiva le tavolette, si suppone che fu distrutto intorno al 1200 a.C., anche se la città continuò la sua esistenza, infatti alcune parti del sito appaiono distrutte e poi ricostruite.
Inoltre le tavolette rivelerebbero il nome di governatore assiro di un’area provinciale fino ad ora sconosciuta. I ruoli del governatore Assur-nassir e i suoi affari amministrativi e commerciali con la città perduta, sono stati incisi in caratteri cuneiformi nelle tavolette di argilla ancora cruda.
Il vaso di terracotta che conteneva le tavolette era avvolto in uno spesso strato di argilla, questo suggerisce che gli abitanti della città le conservassero intenzionalmente. Fu attuata questa pratica, secondo Pfälzner, per nascondere le tavolette dopo la distruzione del palazzo.
 Gli scavi a Mardaman sono ancora in corso, fortunatamente, la città antica è stata risparmiata dai saccheggi, molto quindi, dovrà essere scoperto.
credit: vivicentro.it

venerdì 30 marzo 2018

Scoperte in Canada impronte umane di 13 mila anni fa

Scoperte impronte umane del Periodo Pleistocenico

Paleoantropologia
Articolo su Vivicentro.it
Ph:Duncan McLare
http://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0193522
Il National Geographic, comunica il rinvenimento  delle più antiche impronte mai trovate nell’America del Nord.
Le impronte sono state rinvenute lungo la costa Canadesene da notizia uno studio pubblicato su  PLOS ONE,  si tratterebbe di 29 impronte umane sulla battigia di Calvert Island, nella British Columbia canadese.
Duncan McLaren, antropologo dell’Hakai Institute and University of Victoria, dichiara di aver trovato le impronte nel 2014 e negli anni successivi sono state rinvenute le altre portando il numero a 29. Sono impresse in uno strato di argilla, coperto da un sedimento sabbioso  e da un altro strato di argilla; gli agenti atmosferici e il terreno canadese hanno la loro conservazione.
Queste testimonianze sono state sottoposte al metodo scientifico della datazione al carbonio 14 che ha puntato la freccia nella linea del tempo a  13 mila anni fa, ponendole quindi come le più antiche impronte ritrovate nel Nord America.
Studiando la forma delle impronte, sono giunti ad ipotizzare che siano state lasciate da due adulti e un bambino.
Tale ritrovamento è importante per ipotizzare le vie migratorie umane, infatti Studi precedentemente elaborati teorizzano che gli uomini arrivarono in America del Nord migrando attraverso una lingua di terra emersa che collegava l’Asia all’Alaska. I primi abitanti dell’America si sarebbero quindi spostati successivamente verso sud lungo la costa occidentale.

venerdì 23 marzo 2018

Archeologia medievale: Lecce, ritrovato un raro stampo eucaristico

Archeologia medievale

Articolo su Vivicentro.it 

Ph: Soprintendenza archeologica di Lecce.
Stampo Eucaristico-Complesso dell’Abbazia di Cerrate di Lecce. 2018.
La Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Brindisi, Lecce e Taranto comunica che durante gli scavi relativi al progetto di restauro e valorizzazione del Complesso dell’Abbazia di Cerrate di Lecce è stato portato alla luce un reperto dal grande valore storico.
Gli scavi condotti dal professore P. Arthur, all’interno di una fossa situata nei pressi della chiesa monastica, hanno riportato alla luce  uno stampo eucaristico ritenuto raro, di cui non è stato finora segnalato alcun esemplare nell’intera Italia meridionale ellenofona e  che non appare frequente nel resto del mondo bizantino (così riporta la soprintendenza).
Lo stampo, risalente probabiolmente al XII secolo, era destinato alla preparazione delle eulogie (benedizioni) del pane benedetto distribuite ai fedeli durante le festività di Pasqua.
All’interno di una doppia cornice polilobata è raffigurata una rappresentazione stilizzata della Resurrezione. Il testo inciso intorno allo stampo, preceduto da una croce, ricorda la preghiera pasquale
“Cristo è risorto dai morti, calpestando la morte con la sua morte e donando la vita a quanti erano nei sepolcri”.
Lo stampo, di forma conica, è di pietra calcarea e presenta un diametro di 7,5 cm., con un’impugnatura alta 8,2 cm.
L’Abbazia, affidata alla tutela del FAI dal 2012, è ubicata alle porte di Lecce. Il complesso si fa risalire, secondo tradizione popolare, al re Tancredi d’Altavilla ,che secondo  la leggenda, in questo luogo gli apparve la Vergine.
In realtà la storia del  complesso religioso iniziò durante il periodo normanno sotto la guida di Boemondo d’Altavilla che, tra l’XI e il XII secolo, vi insediò un cenobio di monaci basiliani di rito greco. In poco tempo divenne, grazie alla sua biblioteca e al fiorente scriptoriumuno dei più importanti centri di propagazione della cultura dell’Italia Meridionale.
Ph: Soprintendenza archeologica di Lecce.
Stampo Eucaristico-Complesso dell’Abbazia di Cerrate di Lecce. 2018.
Ph: Soprintendenza archeologica di Lecce.
Stampo Eucaristico-Complesso dell’Abbazia di Cerrate di Lecce. 2018.
Ph: Soprintendenza archeologica di Lecce.
Stampo Eucaristico-Complesso dell’Abbazia di Cerrate di Lecce. 2018.


domenica 26 febbraio 2017

Al ladro! Al ladro

Sul web inizia la polemica: i beni del Museo Egizio di Torino devono rimanere là. Nasce così una raccolta firme per impedire ciò, accusando i siciliani di rubare beni preziosi.
Si dimentica però che la fruizione di un bene è aperta a tutti e quello che viene spostato al sud è quello che viene custodito negli immensi depositi.
Ecco il mio articolo per ViviCentro:
http://www.vivicentro.it/regioni/isole/opinioni-isole/torinesi-gelosi-dei-beni-del-museo-egizio/#comment-1808

Cosa ne pensate voi di ciò?

mercoledì 2 novembre 2016

La Storia di una palla rincorsa da giocatori

La competizione è da sempre stato insita nel DNA dell’uomo sin dalla preistoria. Questa particolarità caratteriale ha portato alla nascita di discipline sportive sempre più competitive accompagnate da una tifoseria agguerrita e fedele.
Uno sport, seguito in tutto il mondo sembra essere il calcio, questo insieme ad altri, affonda le sue radici in tempi molto remoti.
Kemari odierno.
Foto: www.animeclick.it
È d’obbligo, per capire come il calcio si sia modificato nel corso del tempo, attraversare i secoli soffermandosi sulle tradizioni di ogni civiltà.
Sembra che quasi tutte le civiltà più importanti abbiano praticato una forma primordiale di calcio, le regole cambiano, ma il gioco di base, una palla seguita da giocatori, rimane immutata.
Il nostro viaggio verso la storia del calcio, parte dall'antico Giappone del XI - XII secolo a.C., qui veniva chiamato Kemari. Il gioco si svolgeva in un piccolo spazio, i giocatori si passavano la palla senza farle toccare mai il suolo. Era costituita da un involucro di pelle al cui interno veniva inclusa una vescica di animale riempita d’aria. Nello stesso periodo del Kemari, in Cina, si giocava con lo Tsu-chu (palla di cuoio calciata dal piede). La palla utilizzata era colma di piume e capelli femminili. Lo scopo del gioco era calciare il pallone in un buco sostenuto da due canne di bambù (per alcuni versi ricorda quello praticato dalle civiltà precolombiane). Un manuale militare della dinastia Han, inseriva lo Tsu-chu fra le discipline imposte dal regime come esercitazione militare obbligatoria.
Il museo di Monaco, custodisce un manoscritto del 50 a.C., riporta la notizia che la disciplina del Tsu-chu fu importata in Giappone (secondo alcuni studiosi la nascita del Kemari è da ricondurre a questo periodo, quindi 500/600 anni dopo la creazione dello Tsu-chu) portando così la nascita delle prime dispute internazionali fra i due Paesi orientali.
Ricostruzione della palla utilizzata dai romani.
foto: www.gruppostoricoromano.it
Continuando il nostro viaggio, tracce dell’antenata disciplina calcistica, si intravedono intorno al IV secolo a.C. in Grecia. Qui si affermò quello che prese il nome di Episkyros, sembra che tale disciplina non sia rientrate tra quelle olimpiche. Altri giochi con la palla in Grecia prendevano diversi nomi a secondo dai vari ruoli svolti dai giocatori e dalla palla: l’Urania, la Feninda e l’Apporraxis. L’Episkyros era il più diffuso, costituito da due squadre da 12-14 giocatori a cui era ammesso toccare la palla anche con le mani. A Sparta sembra essere attestata una primitiva forma di competizioni fra diverse squadre, per l’esattezza 14 squadre, che si sfidavano durante la festa annuale. A questo gioco erano ammesse anche le donne. Una rappresentazione in rilievo di un giocatore che tiene la palla in equilibrio sulla coscia è stata poi inserita nella coppa Europea odierna.
A Roma l’Episkyros prese il nome di Harpastum (dal greco arpazo, cioè afferrare o strappare con forza). Si giocava con una piccola palla contesa da due squadre in un terreno rettangolare delimitata da una linea che attorniava il campo e una centrale. Lo scopo del gioco era quello di poggiare la palla sulla linea di fondo della squadra avversaria. A differenza del calcio odierno, oltre ai passaggi con gli arti inferiori, erano consentiti anche quelli con le mani. Ogni giocatore aveva un ruolo ben preciso. Marziale ci descrive con esattezza la palla utilizzata o per essere precisi erano due le palle poste in campo:
  • Pila Paganica: usata dai contadini, fatta in cuoio riempita di piume;
  • Follis: in cuoio con una camera d’aria interna creata da una vescica di animale.

Per 800 anni le legioni romane portarono il gioco per l’intera Europa diffondendolo soprattutto nell’isola Britannica.
Nel Medioevo i giochi con la palla furono utilizzati per sfidarsi fra villaggi vicini o fra fazioni dello stesso villaggio.
Nel ‘200 è attestato un gioco chiamato Large-footballproveniente dalle isole Britanniche, famoso per la brutalità con cui i giocatori lo praticavano durante il carnevale londinese. La sua fama di gioco violento lo portò ad essere bandito. Edoardo I infatti, proibì il gioco nei luoghi pubblici per poi essere messo al bando da Enrico V. Anche se in Inghilterra fu proibito, il gioco continuò a prolificare nei Paesi limitrofi come in Scozia.
In Francia si giocava la Savate, unicamente con i piedi o la Soule dove la palla in cuoio era riempita con crusca, muschio e crine di cavallo. Il campo da gioco aveva la particolare difficoltà di avere fossati, ruscelli, boschi e acquitrini. La metà del campo poteva essere sancita da un cimitero o da una chiesa o un particolare edificio. La palla veniva mossa con i bastoni, le gambe o con le mani.
Cerchio del vincitore.
Hernán Cortés nel 1528 portò alla corte spagnola di Carlo V alcuni curiosi personaggi indigeni del Messico. La particolarità di tali individui era data dal fatto che erano giocatori di un famoso e a volte crudele gioco, il Tlachtli. Cortés nei suoi diari riporta che questi indigeni praticavano un gioco assai spettacolare. Con l’aiuto di cosce, braccia, bacino e testa muovevano una palla di circa 2 kg o più (in base alle epoche). Racconta che il peso della palla portava spesso escoriazioni e addirittura amputazioni ai malcapitati giocatori. Il gioco veniva disputato in un campo di 45 per 18 metri da due squadre formate da 10 o più giocatori. La palla doveva essere passata da giocatore in giocatore senza farle mai toccare terra. Il tutto era reso più interessante da un cerchio in pietra posta nella sommità del campo su una parete. Il giocatore che riusciva a far passare la pesante palla dal cerchio avrebbe avuto onori (se il capitano) e ricompense in cibo, denaro o armi. Il gioco attirava centinaia di persone che scommettevano su una squadra o su un’altra. La squadra che non riusciva ad arrivare alla vittoria veniva sacrificata al dio Xolotl. Alcuni studiosi invece credono che ad essere sacrificato era solo il capitano della squadra perdente. Il Tlachtli, oggi prende il nome di Ulama, da paragonare più però al gioco della pallavolo. Le origini del Tlachtli sembrano essere molto antiche, infatti ritrovamenti archeologici attestano “campi dacalcio” con un corridoio centrale stretto con muri centrali, sui quali la palla rimbalzava, attestati già 3000 anni fa. La palla era in gomma e a seconda delle epoche arrivava a pesare anche 4 kg. Alcune statuette raffigurano donne con tipiche “divise”, questo fa pensare che Tlachtli era uno sport praticato dalle donne, ma sembra anche dai bambini. Malgrado ciò, questo antico progenitore del calcio era considerato un vero e proprio evento religioso. Per i Maya rappresentava la lotta tra i sovrani dell’oltretomba e gli dei terrestri, gli Aztechi ne vedevano invece la lotta tra le divinità della notte retti dalla luna e dalle stelle contro il dio sole.
Calcio Fiorentino praticato ancora oggi.
foto: www.itinerarintoscana.it
Anche i vichinghi praticavano un gioco simile chiamato Knattleikr. Gli giocatori si dividevano in due squadre con un capitano e gareggiavano con una palla pesante e dura, forse per forgiare il corpo degli atleti. I vichinghi giocavano con mani o bastoni su campi erbosi o sul ghiaccio. Per giocare in un campo di ghiaccio le suole erano cosparse con bitume o sabbia.
Tra i celti era famoso il Knappan si giocava con una palla di legno cosparsa di grasso animale per rendere il gioco più difficile. La competizione, quando raggiungeva un certo fervore, poteva essere bloccata alla parola “Heddwch!” cioè pace.
Grande sviluppo del calcio si ebbe a Firenze quando fu governata dalla famiglia dei Medici. Prese nella storia il nome di Calcio Fiorentino.
La squadra era divisa in diverse file:
  • 5 erano posti nella prima fila ed erano chiamati Innanzi e avevano il compito di attaccanti,
  • 5 erano chiamati Sconciatori, avevano il compito di intralciare le azioni degli avversari ed erano posti in seconda fila.
  • 4 erano posti in terza fila ed erano chiamati Datori Innanziche rilanciavano la palla agli innanzi,
  • 3 erano i Datori Indietro, questi impedivano agli Innanzi avversari di conquistare una Caccia e quindi arrivare alla fine del campo.

In Inghilterra il calcio ritorna nel 1617 con Giacomo Stuart e fu praticato quasi esclusivamente dai giovani universitari. Furono stilate le prime regole scritte chiamato dribbling-game che prevedevano un gioco disputato da due squadre di 11 ( 11 perché le camerate degli universitari erano composte da tale numero) o 22 giocatori ciascuna e prevedeva l’uso di entrambi gli arti. Questo tipo di gioco era un misto tra il calcio e il rugby fino alla totale separazione e alla nascita di quest’ultimo nel 1846. Da questa data in poi nasce la vera storia del calcio.
Il primo club di football fu fondato il 24 ottobre del 1857: Sheffield Footbal Club. Un riscontro nazionale si avrà solo nel 1863 quando i rappresentanti di ben 11 club si unirono per formare la prima federazione calcistica nazionale che prenderà il nome di Footbal Association. Da qui il gioco del calcio fu sempre più perfezionato, e nuovi studi furono condotti per armonizzare la forma della palla.
La prima partita ufficiale fra nazioni si ebbe il 12 ottobre 1902, l’incontro vedeva sul campo l’Austria contro l’Ungheria (5-0).
La diffusione del gioco del calcio vera e proprio si ebbe nelle olimpiadi di Londra nel 1908.
Il successo del calcio forse si deve al significato insito in esso sin dalle origini. Infatti vede in un campo disputarsi due fazioni, come due popoli in guerra fra loro in cerca della conquista della gloria.
Il calcio da allora è cambiato a volte in bene a volte in male, ciò che invece non è cambiato e l’amore che unisce in un unico posto più persone che condividono la passione per un'unica squadra.

Anche questo è archeologia.
D.

Scoperta a Cuma una tomba del II a.C. con pitture parietali raffigurante un banchetto

Un banchetto per l’eternità sulle pareti della tomba del II a.C. scoperta a Cuma Campi Flegrei scoperta Tomba del II a.C a Cuma. Ph: fa...